Partiamo dall’hotel di buonora, tanto non abbiamo la colazione, in direzione sud sulla Sierra Drive. La strada costeggia le rive del lago artificiale Kaweah, bacino idrico molto importante per la zona. La luce della mattina crea un contrasto incredibile tra il cielo azzurro, l’acqua azzurra e le rive del lago coperte di erba gialla. Ma non c’è tempo di fermarsi per fotografare, l’obiettivo di oggi dista più di 300 miglia, circa 480 chilometri.
La strada scende dolcemente e con essa il paesaggio cambia man mano. I prati di erba secca e gialla lasciano spazio a verdi coltivazioni di – crediamo – alberi da frutto (probabilmente albicocche o prugne). Il panorama, che dapprima era desertico, ora è verdeggiante con un susseguirsi di piantagioni e alberi apparentemente senza fine. Viaggiamo così, su strade rettilinee per un tempo imprecisato. Sulla Highway 65 non c’è molto traffico, perlopiù incontriamo camion e furgoni. L’andatura turistica ci fa assaporare ogni miglio. Nonostante il paesaggio sia praticamente uguale per chissà quante miglia, guardiamo tutto con occhi nuovi. Chissà se mai ritorneremo da queste parti, ci diciamo.
A un certo punto il paesaggio cambia quasi bruscamente: gli alberi spariscono, il verde sparisce, basta fattorie o aziende agricole. Siamo nel bel mezzo di un campo petrolifero. Da entrambi i lati della strada sono in funzione le pompe per estrarre il petrolio e pian piano ritorna l’erba gialla e l’aridità che caratterizza queste zone. Si va avanti così per diverse miglia e ci rendiamo conto che noi, alla fine, mica avevamo fatto colazione. Sono circa le 10 ma di punti di ristoro o aree di servizio o fast food nemmeno l’ombra. Tocca continuare a guidare!
Finalmente, una volta arrivati alle porte di Bakersfield e tornati alla civiltà facciamo una sosta per rifornimento e viveri. La civiltà dura poche miglia: in men che non si dica siamo sulla 58 in direzione Mojave. Il navigatore a un certo punto ci fa deviare a destra per una strada che sembra non essere nemmeno segnata sulle mappe ma lui la conosce. Indecisi se affidarci o meno, pensiamo che abbiamo il pieno di benzina, qualche cibaria e acqua, quindi via, verso l’ignoto. La strada, denominata Redrock Randsburg Road, è deserta, letteralmente: siamo l’unica automobile e a parte la strada non c’è altro. Deserto, appunto.

La Redrock Randsburg Road con le famose code dovuto al traffico eccessivo. Mojave | CA
A un certo punto la monotonia si interrompe: dall’altro lato della strada spunta quello che sembra un villaggio fantasma, se non altro le sue rovine. Decidiamo di fare una sosta e dare un’occhiata più da vicino, nonostante sia mezzogiorno passato e la temperatura è ben sopra i 40 gradi. Ma fa troppo caldo per poter anche solo pensare di fermarci un minuto in più.

Tutto ciò che rimane di Garlock, antico villaggio minerario che conobbe il suo massimo splendore verso la fine del 1800. Questo è tutto ciò che ne rimane oggi, qualche muro e lamiera ricoperti da graffiti e immondizia sparsa un po’ ovunque. Del resto questa è una strada di collegamento e non ci passa praticamente mai nessuno (tranne noi). | CA
Riprendiamo la marcia e dopo ancora infinite miglia di deserto e strade dritte arriviamo nella cittadina di Trona. Anche qui manco l’ombra di ristoranti, bar o qualsiasi altro locale. Sembra una città fatiscente ma in realtà scopriamo che è popolata e qui, nel bel mezzo del nulla, ci vivono! Chissà dove faranno la spesa quelli che abitano qui, pensiamo, non sembra esserci nulla che faccia pensare a un supermercato. In realtà la cittadina esiste sin dai primi del ’900 e prende il suo nome dal trona, un minerale raro dal quale si estrae il bicarbonato di sodio.

Dopo l’abitato di Trona la strada prosegue dritta fino alle montagne sullo sfondo. Trona Valley | CA
Tutto molto bello ma è l’una e mezzo e abbiamo fame e sete e qui non sembra esserci nulla. Controlliamo velocemente Google Maps: sembra che a 75 km circa si arrivi a Panamint Springs dove l’unico locale della zona pare sia molto ben fornito e, udite udite, è aperto! Finalmente abbiamo un obiettivo. Dall’abitato di Trona la strada, inizialmente dritta, inizia a curvare e a salire su una sorta di passo oltre il quale si estende in tutta la sua lunghezza la Panamint Valley. La strada torna ad essere dritta e desertica. La temperatura inizia a salire, siamo quasi a 43 gradi e penso che non sarebbe bello se si bucasse una ruota. Fortunatamente non accade e finalmente arriviamo al Panamint Springs Restaurant. Sono le 14:30, dentro c’è l’aria condizionata e due birre gelide. Pranziamo con due dei più buoni panini mai mangiati durante il viaggio, nel posto meno frequentato del mondo (siamo solo noi e un altro tavolo in tutto il locale). Paradiso.

Le due Coors ghiacciate dopo un lungo viaggio, nulla di più buono. Panamint Springs | CA
Ahimè, tutte le storie belle finiscono. Anche il nostro pranzo al fresco. Soprattutto, la birra è finita. Ristorati e reidratati, ci rimettiamo in marcia. Siamo sulla Highway 190 che porta dritta nel cuore della Death Valley, ormai non manca molto. Infatti qualche miglio più avanti, dopo aver oltrepassato il Towne Pass, scendiamo verso Stovepipe Wells, la porta d’entrata per la Valle della Morte.

Il tratto della Highway 190 che da Panamint Springs porta al Towne Pass sembra perdersi tra le montagne che costituiscono la porta d’accesso alla Death Valley. Panamint Valley | CA
Oltrepassato Stovepipe Wells, che altro non è che una sorta di area di servizio con hotel, qualche locale e supermercato, arriviamo al primo vero spettacolo naturale di questa zona: le dune di sabbia chiamate Mesquite Sand Dunes. Parcheggiamo l’auto e un cartello avverte subito che d’estate è meglio evitare di sostare in questo luogo dopo le 10 di mattina per le alte temperature che possono causare anche la morte. Sono le 16:30 e il termometro dell’auto segna 119° F, ovvero circa 48.3° C. Forse quel cartello non ha tutti i torti! Appena scesi dall’auto veniamo accolti da un forte vento bollente. Avete presente quando mettete a cucinare qualcosa nel forno e dopo un po’ lo aprite e venite colpiti da un’ondata terribile di calore? Ecco, quella è la sensazione che si prova costantemente d’estate nella Death Valley durante le ore centrali della giornata.

Al momento della foto fuori c’erano 48° C. Caldino in effetti. Mesquite Sand Danes | Death Valley | CA
Il caldo estremo unito alle terribili raffiche di vento non permette di stare all’aperto troppo a lungo. Effettivamente è pericoloso, anche se siamo dotati di cappelli e vestiti lunghi. Dopo una piccola passeggiata e qualche foto veloce – ho addirittura paura che si possa fondere la macchina fotografica – rientriamo in auto. E’ comunque una sensazione assurda: lì fuori, con quel caldo assurdo, quasi non si suda. Merito del costante vento che asciuga istantaneamente qualsiasi goccia ma anche e soprattutto dell’estrema secchezza dell’aria. Siamo infatti in una delle zone più secche di tutti gli Stati Uniti. Appena saliamo in auto ecco che ne paghiamo le conseguenze: sudore a manetta e caldo atroce fin che il climatizzatore – poverino! – non entra a regime.

Contrasti incredibili tra le dune di sabbia e lo sfondo brullo delle montagne. Mesquite Sand Danes | Death Valley | CA
Però è un peccato andarsene così, senza una bella foto di questo posto. Decidiamo che è il luogo ideale per venirci all’alba. Appuntamento a domani mattina dunque! Riprendiamo la strada che inizia a scendere nel basso piano, cuore vero della Valle della Morte. La temperatura resta sui 48 gradi, perlomeno non sale, pensiamo. A un certo punto incontriamo un cartello che segna il livello del mare. E la strada continua a scendere. In mezz’ora arriviamo finalmente a Furnace Creek, un’oasi – è proprio il caso di dirlo – nel centro del parco. Lì c’è il nostro hotel, o meglio, il resort che ospita l’hotel, il ristorante, un piccolo supermercato, l’immancabile negozio di souvenir e, perché no, anche un verdeggiante ed enorme campo da golf. Gli irrigatori sono in funzione 24h al giorno e qui e là l’intero resort è disseminato di vaporizzatori che spruzzano acqua fresca in continuazione. Qui si riesce a stare anche all’aperto!

L’indicazione del livello del mare, e la strada continua a scendere. Death Valley | CA
Sbrigate le formalità prendiamo possesso della nostra camera e cerchiamo di capire il da farsi. Decidiamo che al tramonto potremmo andare a vedere il Badwater Basin, visto che al calar del sole le temperature dovrebbero – dovrebbero – essere più gestibili. Eccoci dunque, un’ora prima del tramonto, nuovamente in marcia nel caldo torrido della Death Valley in direzione sud. La strada per Badwater è lunga una quindicina di miglia, abbastanza per farti rendere conto di essere in un luogo ultraterreno. I colori della roccia variano come in una tavolozza impressionista passando dal grigio al rosso attraverso tutte le tonalità del marrone, arancio e giallo ocra. Se ci aggiungiamo che a quest’ora il sole è basso sull’orizzonte, la luce che ne deriva è qualcosa di magico.

Tratto della Badwater Road nella calda luce della sera | Death Valley | CA
Parcheggiamo nell’ampia area di sosta dotata pure di bagni pubblici, dove un cartello posto in alto sulla montagna ci avvisa che siamo a -83 metri rispetto a livello del mare. Siamo nel punto più basso di tutto il nordamerica! Il Badwater Basin si origina da una sorgente d’acqua posta proprio vicino al parcheggio ma, a causa delle condizioni estreme del luogo come per esempio l’altissima salinità, l’acqua non è minimamente potabile. Dalla pozza parte un camminamento in legno con alcuni pannelli informativi che poi lascia spazio a una traccia di sentiero estremamente visibile perché estremamente frequentato che si addentra nel cuore del bacino salato. Camminiamo su sale puro cristallizzato, una sensazione strana sotto i piedi, dove il sale mischiato con la pochissima acqua crea un pantano bianco che inzozza tutte le scarpe.

La sorgente d’acqua (non potabile) del Badwater Basin | Death Valley | CA
Il vento continua a soffiare forte e, soprattutto, caldo, molto caldo. Siamo a circa 46 gradi, insopportabile se non ci fosse il vento. In hotel abbiamo riempito una borraccia termica con dell’acqua gelida. Dopo neanche quindi minuti è già calda. Camminare su questa distesa infinita di sale bianco nella luce della sera è surreale. Scattiamo fotografie a non finire, pur sapendo che difficilmente riusciranno a trasmettere quello che stiamo vedendo e vivendo. A un certo punto il Sole tramonta e, pensiamo, forse ora il caldo calerà un pochino. Niente affatto. La temperatura si abbassa di 1 grado ma noi, stoicamente continuiamo a camminare.

L’ultimo raggio di luce al Badwater Basin tra gli esagoni di sale cristallizzato | Death Valley | CA
Raggiungiamo un punto in cui il terreno è spaccano in una quantità infinita di esagoni bianchi, formatisi dall’evaporazione dell’acqua. Un luogo incredibile che cerchiamo di immortalare come meglio possiamo. Infatti, sebbene io mi sia portato il treppiede, il vento è talmente forte che il rischio è di avere tutte le fotografie mosse. Come se non bastasse, il caldo estremo rende difficoltoso anche il solo portare la macchina fotografica all’occhio.
Anche se il sole è ormai tramontato da un po’, c’è una leggera foschia e mischiato al fatto che il terreno sia bianco fa sì che la luce non vada giù del tutto. Decidiamo però di rientrare, anche perché al buio sarebbe molto facile perdere il sentiero in questa desolata distesa di sale. Fortunatamente arriviamo all’auto sani e salvi seppur estremamente stanchi e provati dal vento e dal caldo. Il termometro segna ancora oltre 44 gradi: qui l’estate non molla mai!

Esagoni quasi perfetti nell’immensa distesa di sale del Badwater Basin | Death Valley | CA
Una mezzoretta più tardi siamo finalmente in camera con l’aria condizionata e due birre ghiacciate. Laviamo un po’ di vestiario, anche approfittando del fatto che basta lasciare i panni fuori dalla finestra per qualche minuto per farli asciugare del tutto. Finalmente andiamo a dormire, siamo esausti ma con ancora in mente quel posto assurdo del Badwater Basin.
La mattina seguente la sveglia suona di buonora, quando fuori è ancora buio. Ci aspetta una mezzoretta di auto per andare a vedere l’alba presso le Mesquite Sand Dunes. Usciamo dalla camera e non mi sembra vero: non si muore di caldo! Il termometro dell’auto segna 35 gradi, quasi un paradiso rispetto all’inferno di fuoco del giorno precedente. Mentre viaggiamo verso la nostra destinazione, inizia ad albeggiare sulle cime più alte. Sarebbe da fermarsi ogni cinque minuti ma non c’è tempo se vogliamo raggiungere le dune di sabbia prima che il sole diventi cocente.

Le nostre ombre proiettate sulle dune di Mesquite Sand Dunes | Death Valley | CA
Al parcheggio ci sono altre due auto, segno che non siamo i soli che hanno avuto questa idea. Grazie alla temperatura più vivibile ci addentriamo nel cuore delle dune. Un posto dal fascino esotico, sembra che da un momento all’altro possa spuntare da dietro a una duna una carovana di beduini con tanto di cammelli al seguito. Le dune dai dolci profili color ocra creano un contrasto quasi innaturale con le ruvide montagne scure sullo sfondo.

Contrasti incredibili | Mesquite Sand Dunes | Death Valley | CA
Anche qui le fotografie si sprecano. Fortunatamente il vento non soffia forte come ieri, il che è un bene dal momento che camminare su e giù per le dune di sabbia è abbastanza faticoso di suo. Cerco di immortalare quello che posso anche se per certe inquadrature sarebbe stato meglio avere un teleobiettivo che, per motivi logistici, ho lasciato a casa a Mestre. Ma comunque c’è da restare attoniti di fronte a paesaggi simili. Continuiamo a passeggiare per le dune, chiedendoci chissà cosa ci sarà dall’altra parte di ognuna.

Cosa ci sarà al di là della prossima duna? | Death Valley | CA
Il sole è ormai sorto da un pezzo e la bella luce per le fotografie è finita. Inizia anche a fare caldo, dobbiamo indossare i cappellini con la protezione per la nuca altrimenti rischiamo di scottarci. Decidiamo che per il momento può bastare e torniamo all’auto. Lungo il tragitto del ritorno pensiamo che potrebbe essere una buona idea fare un salto a Zabriskie Point, che non è distante dal resort. La luce, nonostante non sia più quella dell’alba, non è ancora quella di mezzogiorno, pertanto potrebbe essere interessante. Nel frattempo la temperatura inizia a salire e arriviamo a Zabriskie che sono quasi 40 gradi. Tanti, ma comunque gestibile.
Lo scenario qui è assurdo. Rocce di tutti i colori del marrone, arancio e giallo si susseguono in un’infinità di strati. Le poche piogge hanno disegnato dei solchi su qualcuno dei versanti e, senza riferimenti spaziali, questi potrebbero essere grandi come fiumi o stretti come minuscoli ruscelli. Non si riesce a capire, non si percepiscono le distanze, le dimensioni né le proporzioni. Un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, dove ogni cosa sembra essere stata disegnata dalla mano sapiente di un pittore primordiale.

I canali scavati dall’acqua e dal vento dalle forme sinuose contrastano con l’asprezza delle rocce in fondo a Zabriskie Point | Death Valley | CA
Scatto decine di fotografie, anche qui il teleobiettivo mi avrebbe giovato, ma non importa. Cerchiamo di goderci ogni attimo, ogni roccia, ogni anfratto di questa meraviglia naturale. Sono circa le nove della mattina e la temperatura inizia a farsi quasi insopportabile, per cui dobbiamo fare retrofront e tornare al resort.

L’iconico spuntone di roccia di Zabriskie Point | Death Valley | CA
Dopo una frugale colazione, facciamo le valige, salutiamo e ci rimettiamo in viaggio. Prima di abbandonare la Death Valley, però, mia moglie insiste per andare a vedere un luogo chiamato Artist’s Palette che è poco oltre il bivio per il Badwater Basin. Fa molto caldo ma ok, visto che siamo qui, andiamo. Parcheggiamo e scendiamo lungo un sentiero che si addentra in una piccola e stretta valle. Ora capiamo perché lo chiamano “tavolozza d’artista”: ogni roccia ha una forma e un colore diversi, sembra di stare nel mezzo di un quadro impressionista. Peccato soltanto per la luce, è troppo dura quella delle undici, rende quasi slavati i colori delle rocce. Forse prima dell’alba o dopo il tramonto lo spettacolo sarebbe stato ancora più assurdo.

I colori incredibili delle rocce all’Artist Palette | Death Valley | CA
Camminiamo per questa stretta gola, a volte in salita, meravigliandoci a ogni curva. Ma il caldo inizia ad essere davvero atroce. Negli ultimi anni io lo sto sopportando sempre meno e qui soffro davvero. Cerco riparo sotto le poche rocce che possono creare un minimo di ombra. Tra l’altro qui non c’è nemmeno il vento del Badwater, quindi è proprio caldo e basta. Mia moglie continua imperterrita a camminare e fotografare, non so come faccia! Ma dopo qualche minuto, il caldo diventa troppo anche per lei e di comune accordo decidiamo di tornare in auto dal nostro amato climatizzatore.
Quest’ultima avventura chiude in bellezza questi due giorni nella Death Valley, uno dei posti che abbiamo sempre sottovalutato ma che, scopriremo, sarà uno dei nostri preferiti di tutto il viaggio.
La tappa di oggi è un misto di trasferimento e relax e prevede di trascorrere la notte a Las Vegas, nell’eccentrico Hotel Luxor.
Itinerario giorno 2: Three Rivers – Furnace Creek/Bad Water Basin – 520 km. (Click sulla mappa per ingrandire)
Credits: Apple Maps / OpenStreetMaps